a cura della prof. Elena Pina Scala.
Ripercorrendo la storia di Artemisia Gentileschi abbiamo chiara l’idea di una donna coraggiosa oltre che di talento, che ha saputo opporsi con tutta se stessa ai cliché di una società maschilista e violenta, normalmente dedita a sbarrare la strada del successo alle donne, oltre che abusarne nel silenzio complice e meschino.
Artemisia fu una pittrice di talento vissuta alla fine del Cinquecento, in un’epoca in cui era una gran rarità trovare una donna che si dedicasse alla pittura e non certo perché non ve ne fossero, ma semplicemente perché gli occhi e le mani dell’artista non potevano che essere maschili.
Nacque nel 1593 a Roma da una famiglia di artisti; il padre Orazio Gentileschi era un pittore importante e da lui ereditò il suo talento e il suo amore per l’arte. E fu presso l’atelier del padre che iniziò la sua attività di pittrice negli anni in cui operò a Roma anche Caravaggio, che fu amico del padre, e dalla cui tecnica Artemisia rimase colpita. Era amico del padre anche il pittore Agostino Tassi, dal quale la ragazza appena diciottenne prendeva lezioni di prospettiva, e che non esitò ad abusare di lei approfittando dell’occasione e della sua posizione.
La denuncia non avvenne subito, anche perché (come spesso accadeva) Tassi offrì un matrimonio riparatore per salvare l’onore della famiglia, ritenuto allora l’unico danno arrecato da uno stupro. Artemisia, tuttavia, a distanza di un anno, con il supporto e il sostegno morale del padre, ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio e denunciare. Notevole fu la forza di carattere che seppe mostrare nel sopportare tutto ciò a cui fu esposta nel processo che ne seguì. Affrontare un processo per stupro, negli anni in cui visse l’artista, significava per la donna essere esposta non solo al pubblico ludibrio, ma anche, anzi soprattutto, al pregiudizio atavico di essere stata non vittima, bensì consapevole provocatrice dell’istinto bestiale, il che le marchiava indelebilmente la reputazione. Non fu diverso per la pittrice.
Il processo si concluse per l’aggressore con una condanna a pochi mesi e per Artemisia con un matrimonio combinato per sedare le malelingue e il conseguente allontanamento da Roma, ritenuto più opportuno, cui seguì il trasferimento nella Firenze di Cosimo II.
A Firenze giunse prima la “sua fama” e non fu certo facile ricostruirsi una rispettabilità e un’identità. Ma Artemisia non era donna da sopperire alle maldicenze e così fece tesoro del suo talento artistico per divenire una delle artiste più amate e apprezzate dalla società del tempo, prima donna ammessa alla prestigiosa “Accademia del Disegno” fondata da Cosimo I .
I suoi quadri, dipinti magistralmente in stile caravaggesco, affascinavano e le donne ritratte, in molte delle quali affiorano le fattezze dell’artista stessa, segnarono una novità nell’iconografia femminile del tempo: le donne di Artemisia sono forti, risolute, dominano la scena, mostrando una forza interiore che diviene parte integrante della loro bellezza.
Dopo il soggiorno fiorentino ritornò a Roma e fu accolta in maniera completamente diversa da come era stata salutata. Anche qui era giunta la sua fama di notevole artista che aveva oscurato l’onta di cui era stata vittima.
Si trasferì, poi, a Napoli, altra città italiana particolarmente fervente da punto di vista culturale, dove continuò a dipingere e a frequentare importanti artisti del tempo. A Napoli rimase, salvo un breve soggiorno a Londra, fino alla morte avvenuta nel 1656.
La tardiva fortuna che le opere dell’artista hanno avuto (se si pensa che bisogna aspettare il 1916 per leggere un primo articolo critico scritto su di lei da Roberto Longhi nel 1916, intitolato “Gentileschi padre e figlia”) testimonia quanto a lungo le sia sopravvissuto il pregiudizio che ha collegato il suo ricordo alle vicende biografiche piuttosto che al suo talento.
Nel corso del Novecento l’artista è stata sempre più studiata ed apprezzata ed è anche divenuta un’icona del movimento femminile.
Per noi oggi assurge a simbolo di una doverosa sensibilizzazione contro la violenza sulle donne e, in particolare nei casi di stupro, contro i persistenti stereotipi che da secoli ancora etichettano la donna rendendola vittima due volte: del suo aggressore e della società che se ne rende complice.
Tuttavia il messaggio positivo e di speranza che Artemisia ci lascia è il coraggio della denuncia e la forza di far emergere il proprio talento con una fede incrollabile nella propria unicità.