Blood eyes

La Regina dei Draghi era incredibile: bella, forte e gentile. Potente, davvero potente – estremamente potente: imbattibile! Riusciva a sbaragliare un’intera orda nemica in qualche misero secondo, con unica testimonianza di quanto accaduto solo la terra bruciata. Era semplicemente assurdo pensare che qualcuno continuasse a minacciare il suo Regno – che qualcuno osasse pensare di poterla sopraffare -, ma sembrava proprio che i Serpenti non riuscissero a imparare la lezione. L’Imperatore dei Serpenti, infatti, la attaccava ancora e ancora, decimando i suoi stessi uomini con una crudeltà che la Regina non riusciva a comprendere. Perché condannare il suo stesso popolo? Perché continuare ad assediare il Regno nemico, quando era palese che nulla ne sarebbe uscito fuori? Finché tutto non fu più chiaro: quello dell’Imperatore era un piano subdolo, ma enormemente efficace.

Emma era sempre stata una donna dolce, con un sorriso gentile sempre sulle labbra – o, almeno, così era prima: ormai, non poteva più permettersi neanche di salutare gli amici di vecchia data. Lui lo avrebbe saputo, in un modo o nell’altro, e non poteva permettere di condannare Marco al freddo novembrino.

Il suo bambino… era così bello, il suo bambino. Elia aveva i suoi stessi occhi, di un marrone verdastro, e i suoi capelli castano chiaro; persino la fisionomia assomigliava più alla sua che a quella di lui. Era una fonte d’orgoglio, una piccola vittoria – davvero insignificante, in realtà -, ma di cui si poteva vantare silenziosamente: lui non poteva metterci mano sopra, non poteva darle nessuna colpa. Dopotutto, non si poteva combattere con la genetica.

Il piccolo stava facendo i compiti, in quel momento, mentre lei finiva di asciugare per bene i vetri delle finestre appena lavati – ci si doveva specchiare, le ripeteva sempre, ed Emma non ci pensava neanche, a contraddirlo. Lanciando un veloce sguardo all’orologio appeso accanto alla porta d’ingresso, i suoi movimenti si fecero più frenetici e sconnessi. Per qualche secondo, la sua mente si chiuse in se stessa e, invece di continuare a pulire, lasciò degli aloni scuri sulla superficie vetrata. No, no, no! Non poteva lasciare tutto così, doveva ricominciare daccapo e lavarli di nuovo, non poteva permettere che lui li vedesse così..

La donna riusciva a sentire su di sé lo sguardo attento di Marco, incollato alla schiena.

Voltandosi verso il bambino madre e figlio non ebbero bisogno di dirsi qualcosa di concreto, né ebbero il tempo  effettivo per fare alcunché: la porta d’ingresso si aprì prima che uno dei due potesse anche solo fiatare.

L’Imperatore dei Serpenti era stato furbo, molto furbo: senza la minima pietà, per prendersi la Regina dei Draghi, aveva colpito dove più le avrebbe fatto male e nel modo più disumano possibile.

Sembrava una presa in giro del destino… il Regno dei Draghi che moriva sotto le fiamme, con la sua Regina che non poteva fare nulla se non guardare

– guardare a basta. La sua capitale bruciava, il suo palazzo bruciava, la sua gente bruciava. Tutto si stava tramutando in spessa cenere nera, i suoi pensieri che non riuscivano a stare al passo con tanta distruzione.

Tutto avvampava e si carbonizzava, tranne una piccola creaturina che, testarda, continuava a respirare e a vivere in quel mondo in rovina. Era come un piccolo raggio di sole e speranza, purezza e salvezza; nelle mani di chi non sapeva nemmeno cosa significassero, amore e armonia.

La Regina dei Draghi guardava il suo Regno ardere e l’ultimo del suo popolo nelle mani del suo

acerrimo nemico.

Da essere una fiera Regina, si era trasformata in una miserabile che pregava in ginocchio perché niente fosse inferto a quella creaturina innocente.

Fu la prima volta che l’Imperatore dei Serpenti poté dire di aver domato l’indomabile.

Marco era sempre stato un bambino tranquillo: a scuola non disturbava e a casa era diligente, svolgeva i suoi compiti in un angoletto della cucina e non intralciava la mamma mentre cucinava o sistemava casa – altrimenti il papà si sarebbe arrabbiato.

E la mamma gli aveva sempre detto di non far adirare il papà.

Tuttavia, c’erano dei momenti in cui la mamma lo faceva uscire di casa – diceva che lei e il papà dovevano discutere di cose da grandi che non poteva ascoltare. Giusto una volta aveva provato a disobbedire alla mamma e, senza ombra di dubbio, non ci avrebbe provato mai più.

In ogni caso, quando era meglio non rimanere a casa, Marco si rifugiava nella piazzetta quadrata davanti casa: c’era qualche panchina, un paio di aiuole – bellissime in estate, tutte colorate e profumate – e una fontanella. Non era ben mantenuto, in realtà – tranne le aiuole, occasionalmente -, ma al bambino piaceva e nessuno aveva mai avuto nulla in contrario. Nei mesi di caldo era magnifico, rimanere li equivaleva a giocare con gli altri bambini, ma d’inverno… era quasi una tortura. Le volte in cui il papà tornava ubriaco o arrabbiato, la mamma lo faceva uscire di fretta, senza aver il tempo di prendere una giacchetta un po’ più pesante delle magliette scolorite e consumate che usava a casa. Subito dopo essersi allontanato dai genitori, Marco si andava a sedere sulla panchina davanti alla fontana – che era esattamente al centro della piazzetta – e che, contemporaneamente, dava anche su una delle finestre di casa sua: di solito, le tende erano tirate, ma c’erano dei giorni in cui la mamma si dimenticava di chiuderle.

La creaturina era riuscita a salvarsi, alla fine: l’Imperatore dei Serpenti la usava come ostaggio per incatenare a sé la Regina dei Draghi. Era un espediente vile – esattamente come colui che lo utilizzava -, ma funzionava perfettamente al suo scopo, lo sapevano entrambi. La Regina non si sarebbe mai azzardata a scappare senza l’ultimo superstite del suo popolo e l’Imperatore teneva sempre sotto stretta sorveglianza quella povera creaturina.

Poteva sembrare un piano perfetto, in effetti; anzi, lo era – sotto ogni punto di vista.

Ma l’Imperatore dei Serpenti aveva sottovalutato l’amore di una Regina per il suo Regno, per la sua stirpe. E, ovviamente, quella dei Draghi non faceva eccezione.

 Emma spalancò gli occhi, quando l’unica cosa che voleva fare era chiuderli. Faceva quasi più male rendersi conto che si stava lentamente abituando al dolore piuttosto che alle percosse stesse. Quasi.

C’era una parte di lei che si spegneva completamente, mentre lui si sfogava.

Probabilmente, era una forma di protezione – o, almeno, era sicura che l’avrebbero chiamata così: per proteggere la sua sanità mentale, chiudeva tutto fuori, oltre dei muri invalicabili.

Tranne Marco. Il suo bambino era costantemente nei suoi pensieri; era impossibile che non fosse così, in realtà: quel suo piccolo sorriso, a volte leggermente sdentato, era come una boccata d’aria fresca in mezzo a tutte le scorie radioattive che aleggiano in quella casa. Peccato che Marco avesse preso anche quella peculiarità da lei: era estremamente raro vederlo sorridere con sincerità, con una genuina felicità – tutta colpa sua.

I bambini sono versatili, si abituano facilmente, e quello di Emma era particolarmente sveglio. Se solo non ci fosse… erano aperte, quelle tende? Il respiro le si mozzò in gola, provocandole dei leggeri spasmi alla cassa toracica già stremata. Se prima non provava assolutamente nulla, la paura si aprì la sua viscida strada dentro di lei. Emma sapeva perfettamente dove Marco si andava a rintanare tutte le volte che non doveva rimanere a casa, glielo aveva detto lei stessa – così come il gesto segreto, che conoscevano solo loro due, che significava “esci alla prima occasione utile”

Ma quelle maledettissime tende erano aperte e lei già poteva vedere la maglietta rossa in cotone caldo del figlio avvicinarsi alla panchina di fronte alla fontanella, quella da cui si poteva vedere anche la finestra senza tende. Solo che non poteva andare a chiuderle: la testa le scoppiava e girava forte, senza pietà, il braccio sinistro leggermente addormentato. Le uniche cose che riusciva a sentire erano lo scorrere forte del suo sangue nelle vene e i passi pesanti di lui che si avvicinavano lentamente e inesorabilmente.

Aveva appena iniziato. Sentì i capelli tirati all’indietro e le scappò un gemito – non era la cosa migliore per le sue tempie provate. Per un secondo, Marco passò completamente in secondo piano, i suoi neuroni troppo impegnati a non aver un crollo emotivo devastante. Ma, passato quell’attimo di completa chiusura, il senso di colpa si fece sentire più prepotente di qualsiasi altra cosa: Emma ingoiò le lacrime che avrebbe tanto voluto lasciare scorrere libere sulle sue guance – guance che presto sarebbero state un tripudio di gialli, verdi, viola e nero.

Il suo bambino stava per assistere a una scena che una mente così giovane non avrebbe dovuto nemmeno contemplare, e lei non poteva permetterlo. Marco non doveva preoccuparsi di tutti quei problemi; Marco doveva continuare a vivere la sua vita tranquillamente; Marco doveva essere tagliato fuori da quella oscura parte della relazione dei genitori.

Marco era tutto, per lei.

Era tutto e di più ed Emma, semplicemente, non poteva pensare ad un modo migliore per proteggere il suo bambino. Lui non faceva distinzioni, quando si parlava di farle male. Quella mano teneva ancora i suoi capelli, ciocche castane che si aggrovigliavano attorno alle dita. Le ci sarebbe voluta un ‘eternità per sistemarli e renderli di nuovo lisci com’era normale che fossero

– non che servisse a qualcosa, comunque: tanto, tutto sarebbe di nuovo ricominciato daccapo.

Emma, tra i dolori al collo e al cuoio capelluto, cercò di sbirciare oltre la finestra dalla tende aperte, vedendo chiaramente come Marco fosse seduto sulla panchina e la guardava.

La stava guardando, gli occhi sgranati per il terrore.

Il suo bambino la stava fissando dritto negli occhi e lei non poteva fare nulla per impedirglielo.

La Regina dei Draghi era sempre stata conosciuta come una Regina degna di questo nome: la sua forza era solo seconda alla sua benevolenza e alla sua bontà d’animo, come sottolineavano i cantastorie ogni volta che narravano le sue avventure.

Peccato che ogni evento porta con sé un cambiamento e non sempre si può giudicare quanto positiva una evoluzione di questo genere

possa essere.

L’Imperatore dei Serpenti aveva tenuto con sé la Regina dei Draghi per anni, torturandola psicologicamente e fisicamente nel corso del tempo, cercando di farle raggiungere quel punto di rottura che, lo sapevano entrambi, era lì, da qualche parte: andava solo trovato e oltrepassato.

Ciò nonostante, la Regina possedeva anche una volontà di ferro, alimentata costantemente dall’amore materno verso quella creaturina che rappresentava la sua eredità.

La creaturina era in perfetta salute e ignara di ciò che le accadeva intorno… fino a un certo giorno.Ci fu un certo giorno in cui l’ultimo rimasto del popolo dei Draghi vide e capì e l’orrore oscurò e compromise il suo piccolo cuore. La sua Regina non poté non angosciarsi e disperarsi, mentre vedeva la creaturina abbandonare ogni speranza.

Fu questo che fece reagire la Regina dei Draghi e lei, come nelle sue avventure cantate nelle osterie e nei borghi delle città, spazzò via l’Imperatore dei Serpenti, liberando se stessa e l’Ultimo dei Draghi.

Marco la guardava ed Emma lo fissava di rimando.

Fu come se nulla fosse mai successo, tutto scomparve in un battito di ciglia: la mano sui suoi capelli si allentò fino a scomparire, i lividi guarirono prima che potessero anche solo comparire e l’intera esistenza di lui venne cancellata e rilegata nell’oblio più profondo.

O, almeno, avrebbe tanto voluto che andasse in quel modo: venne scaraventata addosso al divano, le ginocchia che colpirono con violenza il pavimento duro. Non riuscì nemmeno a gemere per il dolore, tanto la preoccupazione per il figlio era travolgente.

Marco la osservava e si rendeva conto di quanto malata fosse la relazione tra i due genitori.

Un calcio dritto nello stomaco e il fiato venne espulso direttamente dai suoi polmoni. Rantolava per cercare di catturare un po’ di aria, ma tutto il corpo le faceva così male – così maledettamente male. Ma il suo bambino stava vedendo tutto ed Emma non si poteva permettere di lasciare che lui facesse quello che voleva – non con Marco che li guardava da oltre la finestra. Sentì le braccia ricoprirsi di pelle d’oca, brividi incontrollabili scuotere le spalle esili e passi, passi, passi risuonare nelle orecchie.

Si stava avvicinando.

Dopodiché, Emma fece qualcosa che non aveva mai osato anche solo pensare. Il suo istinto le urlava di starsene buona, di non farlo infuriare ancora di più, ma lei, semplicemente, non poteva tacere di fronte al suo piccolo Marco.

Emma alzò lo sguardo. Lo fissò dritto negli occhi e, per la prima volta, si chiese perché aveva acconsentito a tutto quello – alle umiliazioni, al dolore, alla sconfitta. Perché doveva relegare Marco nell’ignoranza quando poteva, facilmente, rifiutarsi di subire?

Emma aveva alzato lo sguardo e un sapore metallico in bocca le ricordò la ragione per cui non si era mai azzardata a sfidarlo – per quale motivo aveva sopportato le umiliazioni, il dolore, la sconfitta.

Percepì una fine linea di sangue scorrerle giù per il mento e arrivare fino alla gola, macchiando persino con qualche goccia il colletto della maglietta bianca che indossava.Lui era arrabbiato – furioso, come non lo era da tempo.

Lacrime calde premevano per uscire dagli angoli dei suoi occhi e, testardamente, venivano ricacciate indietro; la testa le girava vorticosamente, tanto che stava cominciando a diventare difficile distinguere il soffitto dal pavimento.

Il parquet era sempre stato così freddo? Non le era mai sembrato.

Marco?

Che stava facendo Marco?

La stava guardando? Emma non voleva che il suo bambino la guardasse in quel momento.

Si odiava e voleva scomparire, essere incenerita al centro della Terra, seppellita sotto ettari di terra, dimenticata completamente dalle memorie di chi la conosceva – e tutto per quell’unico istante. Per quella sua idiota ostentazione, per quella sua inutile credenza di poter farsi valere su di lui, ora doveva sottostare alla vergogna più pura.

Marco la stava ancora guardando? Avrebbe voluto lasciarsi andare, mentre lui continuava a toccarla e toccarla e toccarla e toccarla, ma poi chi avrebbe pensato a Marco? Di certo non lui; non poteva lasciare suo figlio nelle sue luride mani. Ma era così difficile rimanere sveglia. Era così difficile non prendere la strada più facile, quella meno dolorosa e provante, quella che le avrebbe assicurato pace per il resto dell’eternità. Però doveva pensare a Marco.

Chi avrebbe pensato a Marco, se non lei? Chi era il più adatto a prendersi cura del suo bambino, se non lei?

Il suo piccolo ometto… era così coraggioso, il suo bambino. E lei non doveva essere da meno: doveva essere forte per entrambi, doveva sollevarsi da quel parquet e assicurare ad Marco una vita soddisfacente. Emma si era convinta, una volta per tutte: ci erano voluti anni, fatti di sofferenze e insicurezze, ma si sarebbe alzata in piedi e avrebbe cambiato vita, in una dove la violenza era bandita. Il pavimento sembrò leggermente meno freddo, mentre il mal di testa si acuì. Le mani che la scuotevano si fecero più reali, intanto le urla cominciarono a farsi strada nella sua mente: la cortina scura che la ombreggiava stava pian piano svanendo, cancellata dalla risoluzione che l’amore di una madre porta intrinsecamente. Non osò aprire gli occhi, ma, per un secondo, le sembrò quasi che non fossero le sue, le mani che la stavano toccando.

Possibile che Marco le avesse disubbidito e fosse rientrato in casa?

Non poteva averlo fatto! Marco doveva rimanere al sicuro fuori casa, alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, dove lui non poteva toccarlo!

Eppure sembrava proprio che fossero diverse, questa volta, quelle mani. Emma si sentì chiamare e, una volta per tutte, si concesse di svenire. Come Emma era venuta a sapere una volta svegliata in ospedale, la polizia era arrivata a salvarla, chiamata da qualche vicino dopo aver visto il piccolo bambino in lacrime e disperato. Gli agenti erano accorsi quanto prima, riuscendo a evitare che un altro crimine fosse compiuto e altre lacrime fossero versate.

Nessuno dei due vedrà mai più quell’uomo, rilegato in qualche cella sotto stretta sorveglianza: morirà tra qualche anno, per percosse da parte di altri carcerati – ma né Emma né Marco lo verranno mai a sapere.

Madre e figlio avranno, ormai, ricostruito le loro vite in pace.

La Regina dei Draghi e la creaturina continuarono a vivere insieme, anche se nessuno dei due tornò mai al loro Regno natale; non era rimasto nulla da vedere, in ogni caso: solo l’ombra delle ceneri che erano state portate via dal vento nel corso degli anni.

Non misero più piede nemmeno nell’Impero dei

Serpenti, luogo di ricordi troppo dolorosi per entrambi.

Perciò, su comune accordo dei due, la Regina e la creaturina iniziarono a errare per le terre del mondo, esplorando e divertendosi, conoscendo i segreti più spaventosi e meravigliosi e incontrando persone di buon cuore che offrirono

loro aiuto.

Vorrei potervi dire che questa storia ha un lieto fine, che la Regina e la creaturina vissero una vita felice all’insegna dell’amore e della bontà, ma, purtroppo, non potrò accontentarvi – io stessa sono molto amareggiata da questa mia recente scoperta.

Nonostante il loro errare, la Regina dei Draghi e l’Ultimo dei Draghi morirono in una landa desolata, dove nemmeno il sole poteva toccare le sue terre, per loro scelta: la diffidenza nel prossimo era diventata troppo grande e il peso dei supplizi, del dolore e dell’orrore vissuto sotto il controllo dell’Imperatore dei Serpenti, era stato troppo pesante da sopportare oltre.

Tuttora, nessuno sa esattamente come abbiano lasciato questo mondo: c’è chi sostiene che vissero fino alla fine dei loro giorni in solitudine, chi asserisce che si fecero sbranare da delle belve feroci e chi afferma che si trattò di un suicidio.

Non penso che qualcuno verrà mai a conoscenza della fine di questa storia, ma, nel caso in cui potrò vantarmi di certe informazioni, non le divulgherò: lascerò che la Regina dei Draghi e l’Ultimo dei Draghi riposino in pace, non disturbando ulteriormente nella loro tanto agognata felicità.

Candilio Helena

Napolitano Sofia

Pizza Alessia

Villamaina Antonia

Lieto Carlo

1BL